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Elio · il folklore, da dove viene

Venerdì 13 novembre 2026: che cosa diceva davvero lo studio del 1960

La data viene dal titolo di un articolo pubblicato su Science il 4 novembre 1960. L'articolo si può leggere, e dentro c'è una barra d'errore di cinque anni e mezzo.

Venerdì 13 novembre 2026 è la data stampata nel titolo di un articolo uscito su Science il 4 novembre 1960: «Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026». Non è una profezia. È il punto in cui una formula sulla crescita della popolazione mondiale smette di dare un numero finito. Gli autori la pubblicarono per chiedere il controllo delle nascite, e le allegarono un margine d'errore di cinque anni e mezzo.

L'articolo esiste, e ha un indirizzo

Heinz von Foerster, Patricia M. Mora e Lawrence W. Amiot, «Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026», Science, nuova serie, volume 132, numero 3436, 4 novembre 1960, pagine da 1291 a 1295. Gli autori, dice la nota a piè di pagina, erano tutti e tre del dipartimento di ingegneria elettrica dell'Università dell'Illinois, a Urbana.

Sotto il titolo c'è un sottotitolo che quasi nessuno riporta, e che è l'intero senso della cosa: a quella data la popolazione umana tenderà all'infinito se continuerà a crescere come è cresciuta negli ultimi due millenni. Il «se» è nel sottotitolo, stampato, dal 1960.

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Che cosa hanno fatto, in concreto

Hanno cercato in bibliografia tutte le stime della popolazione mondiale che riuscivano a trovare e ne hanno tenute ventiquattro, dall'anno zero quasi fino al 1958, circa cento generazioni. Hanno scartato quelle che sospettavano di essere citazioni l'una dell'altra, per non pesare due volte lo stesso dato. Il 1958, dice la nota numero nove, non è entrato nei calcoli.

L'idea che stanno difendendo è questa, e vale la pena capirla perché è il punto in cui l'articolo è sbagliato in modo interessante. I modelli dell'epoca venivano dalla biologia: mosche della frutta nelle bottiglie di latte, colonie di batteri nelle capsule di Petri, dove la competizione per il cibo mette un tetto e la curva si appiattisce. Gli autori sostengono che gli uomini non funzionino così, perché sanno comunicare e fare coalizioni: più sono, più trovano soluzioni, quindi la crescita non si appiattisce, accelera. Da quell'ipotesi, e solo da quella, esce l'iperbole.

Su quei ventiquattro punti hanno fatto un minimi quadrati con tre parametri. La curva non è un'esponenziale: è un'iperbole, il numero di persone diviso per il tempo che resta. Scritta come la scrivono loro, la popolazione è uguale a una costante divisa per il tempo che manca alla data, elevato a un esponente. Quando il tempo che manca arriva a zero, la divisione non dà più un numero.

I tre valori che ne sono usciti li stampano in pagina 1293, e sono questi: la data critica è l'anno 2026,87 più o meno 5,50 anni; la costante è 1,79 per dieci alla undicesima, più o meno 0,14; l'esponente è 0,990, più o meno 0,009. Lo scarto quadratico medio su tutti i punti è circa il sette per cento.

Da dove esce «venerdì 13»

Dal decimale. Lo 0,87 dell'anno 2026 cade a metà novembre, e il 13 novembre 2026 è un venerdì. Il giorno non è una profezia, è una conversione da virgola a calendario. Nel corpo dell'articolo, quando gli serve parlarne di sfuggita, gli autori scrivono «circa 2027».

Poi c'è una coincidenza che vale la pena dire ad alta voce. Heinz von Foerster era nato a Vienna il 13 novembre 1911: quel venerdì sarebbe stato il suo centoquindicesimo compleanno. Se la data è caduta lì da sola o se qualcuno l'ha accompagnata, l'articolo non lo dice, e io non ho modo di saperlo. Dico le due cose che ho verificato: il decimale dà metà novembre, e quel giorno era il suo compleanno.

La cosa che invece conta, e che nei video non compare mai, è il «più o meno 5,50 anni» attaccato alla data. Vuol dire che la finestra dell'articolo va dalla primavera del 2021 alla primavera del 2032. Una data data al giorno, con sopra una forchetta di undici anni. Gli autori lo sapevano e lo scrivono: oggi, dicono, possiamo prevedere la data a circa dieci anni.

Che cosa hanno scritto, parola per parola

Il nome lo spiegano loro stessi: per ovvie ragioni la data si chiamerà «doomsday», perché è a quella data che il numero di persone va all'infinito e che la popolazione, tanto intelligente, si annienta.

E c'è la frase per cui l'articolo è famoso, in chiusura: i nostri bis-bisnipoti non moriranno di fame, moriranno schiacciati. Non era una battuta sul finimondo, era un argomento in una polemica. Nella stessa pagina dividono il mondo in ottimisti e pessimisti, e scrivono la loro richiesta in cifre: bisogna tagliare il tasso di natalità a circa la metà di quello di allora.

Il pezzo più onesto dell'articolo, e nessuno lo cita

Per spiegare quanto si fidavano, gli autori fanno un gioco: con la loro formula in mano, Carlo Magno avrebbe azzeccato la data a trecento anni; Elisabetta I d'Inghilterra a centodieci; Napoleone a trenta. Oggi, scrivono, possiamo prevederla a circa dieci anni. E aggiungono il motivo per cui si permettono di estrapolare: dobbiamo spingerci solo il quattro per cento oltre l'ultimo punto che abbiamo misurato.

Tradotto: l'articolo dichiara da sé che è un'estrapolazione corta su una curva misurata, non una previsione. Il conto alla rovescia, quello non c'è in nessuna delle cinque pagine.

Non è passato liscio nemmeno nel 1960

Quattro mesi e mezzo dopo, Science stampa le lettere dei critici e la risposta dei tre autori: «Response: Doomsday», 24 marzo 1961, volume 133, numero 3456, pagine da 943 a 946. Le lettere non le ho lette, quindi non ti riporto cosa dicevano. Ti dico la cosa che conta e che si verifica in due clic: la discussione c'è stata, pubblica, sulla stessa rivista, sessantacinque anni fa. Anche Time ne parlò all'epoca.

Il che smonta la cornice con cui la data gira adesso. Non è uno studio dimenticato, nascosto o insabbiato. È uno studio discusso, contestato e difeso in stampa, finito negli archivi come tanti altri, e poi superato dai fatti.

E gli autori sapevano che la curva non descrive il mondo

A un certo punto girano la formula al contrario, per divertimento, e si chiedono quando ci fosse una sola persona al mondo. Viene duecento miliardi di anni fa. Lo scrivono, e aggiungono che nemmeno gli astronomi nelle loro speculazioni più spinte hanno proposto un'età dell'universo simile: le stime dell'epoca, dicono, stavano intorno ai ventiquattro miliardi di anni.

Cioè: gli autori stampano, nello stesso articolo, il calcolo che dimostra che la loro curva non è una descrizione della realtà fuori dalla finestra in cui l'hanno misurata. Chi ha fatto il video con il conto alla rovescia non è arrivato a quella colonna.

Di quanto sbaglia, oggi

Qui non serve fidarsi di nessuno: la formula e i tre numeri sono stampati, e il conto lo può rifare chiunque. Ho messo nella formula le loro costanti e qualche data, e accanto le stime della popolazione reale delle Nazioni Unite.

DataLa formula del 1960 diceLa popolazione reale è stata
4 novembre 19602,8 miliardicirca 3,0 miliardi
1 luglio 19935,6 miliardicirca 5,6 miliardi
1 luglio 202476 miliardicirca 8,2 miliardi
7 ottobre 20261.660 miliardicirca 8,3 miliardi
12 novembre 202624.000 miliardicirca 8,3 miliardi

Per una trentina d'anni la curva ha tenuto, e teneva ancora nel 1993. Poi si è staccata e non è più tornata. Il motivo è una data che sta tre anni dopo l'articolo: la crescita della popolazione mondiale ha toccato il suo massimo nel 1963, intorno al 2,3 per cento l'anno, e da allora scende. Oggi è intorno allo 0,8. L'ipotesi su cui poggiava tutto, che più siamo e più in fretta cresciamo, si è rotta quasi subito dopo la pubblicazione.

Le proiezioni di oggi delle Nazioni Unite dicono il contrario di un infinito: un massimo intorno ai 10,3 miliardi verso il 2084, e poi una discesa lenta.

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Perché gira adesso

Perché il 13 novembre 2026 è davvero un venerdì, perché la data è davvero nel titolo, e perché quel titolo dice davvero «doomsday» su davvero Science. Quattro fatti veri che in una schermata diventano una previsione. Non serve inventare niente: basta non voltare pagina.

Aggiungo una cosa che riguarda noi. Il venerdì 13 non è nemmeno il giorno nero della tradizione italiana: da noi il numero che si evita è il diciassette, e il giorno è il venerdì 17, tanto che negli alberghi e negli ospedali le stanze col diciassette a volte mancano. Il venerdì 13 è anglosassone, ci è arrivato con i film. La spiegazione più ripetuta per il diciassette è l'anagramma di XVII in VIXI, «ho vissuto», cioè sono morto: non ho trovato il testo che la attesta, quindi la lascio dov'è, tra le cose che si raccontano.

In due righe

L'articolo è reale, serio nel suo campo, e dice una cosa diversa da quella che gli si attribuisce: se la crescita avesse continuato come nei duemila anni precedenti, la formula sarebbe esplosa attorno al 2027, più o meno cinque anni e mezzo. La crescita non ha continuato. Il 13 novembre 2026 sarà un venerdì, e la cosa più notevole di quella giornata è che qualcuno, nel 1960, aveva fatto bene i conti per trent'anni di fila.

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Dove l'abbiamo verificato

  1. Heinz von Foerster, Patricia M. Mora, Lawrence W. Amiot, «Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026», Science, n.s. 132, n. 3436, 4 novembre 1960, pp. 1291-1295letto nel testo integrale. Da qui: il sottotitolo con il «se», le ventiquattro stime su circa cento generazioni dall'anno zero al 1958, l'esclusione del 1958 (nota 9), i tre valori stimati (2026,87 ± 5,50 anni; 1,79 ± 0,14 per 10¹¹; 0,990 ± 0,009), lo scarto quadratico medio del 7 per cento, la definizione di «doomsday», il «moriranno schiacciati», la richiesta di dimezzare la natalità, il «circa 2027» nel corpo del testo, la previsione «entro circa dieci anni» e l'extrapolazione all'indietro a duecento miliardi di anni contro i ventiquattro stimati per l'universo, il confronto con le mosche nelle bottiglie di latte e i batteri nelle capsule di Petri, e il gioco su Carlo Magno, Elisabetta I e Napoleone con il «solo il 4 per cento oltre l'ultimo punto misurato».
  2. Heinz von Foerster, Patricia M. Mora, Lawrence W. Amiot, «Response: Doomsday», Science 133, n. 3456, 24 marzo 1961, pp. 943-946la risposta degli autori alle lettere dei critici. Verificata la scheda bibliografica, non il contenuto: le lettere non le abbiamo lette e in pagina non riportiamo cosa dicevano.
  3. Heinz von Foerster, data e luogo di nascitaVienna, 13 novembre 1911. Da cui il centoquindicesimo compleanno nel 2026. Che la data del titolo sia stata scelta per questo non è scritto nell'articolo e non lo affermiamo.
  4. Time, «Science: Doomsday in 2026 A.D.», 1960la copertura giornalistica all'epoca, a riprova che l'articolo non è «uno studio dimenticato». Verificata l'esistenza del pezzo in archivio, non il suo contenuto.
  5. Nazioni Unite, World Population Prospects 2024le stime della popolazione reale usate nella tabella, il massimo del tasso di crescita nel 1963 e il picco previsto intorno ai 10,3 miliardi verso il 2084.
  6. I numeri della colonna «la formula del 1960 dice»non vengono da nessuna fonte: li abbiamo calcolati noi mettendo le tre costanti stampate nell'articolo dentro la formula dell'articolo. Il conto si rifà in due minuti con una calcolatrice.
  7. Quello che NON abbiamo verificato
    • che il 13 novembre sia stato scelto perché era il compleanno di von Foerster: è la spiegazione che circola, ma nell'articolo non c'è
    • l'anagramma XVII / VIXI come origine del diciassette italiano: nessun testo antico trovato

Domande

Il 13 novembre 2026 finirà il mondo?

No. La data viene da un articolo del 1960 su Science che calcolava quando una certa formula sulla crescita della popolazione avrebbe smesso di dare un numero finito, a condizione che la crescita continuasse come nei duemila anni precedenti. Non ha continuato: il tasso di crescita ha toccato il massimo nel 1963 e da allora scende.

Lo studio del 1960 esiste davvero?

Sì, e si può leggere: Heinz von Foerster, Patricia M. Mora e Lawrence W. Amiot, «Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026», Science, volume 132, numero 3436, 4 novembre 1960, pagine 1291-1295. Gli autori erano del dipartimento di ingegneria elettrica dell'Università dell'Illinois.

Perché proprio il 13 novembre?

Perché il minimi quadrati dava l'anno 2026,87, e quello 0,87 di anno cade a metà novembre. Il giorno è una conversione del decimale in calendario. Alla data è attaccato un margine di più o meno 5,50 anni, cioè una finestra di undici anni.

Quante persone saremmo il 13 novembre 2026 secondo quella formula?

Un numero senza senso: mettendo le costanti dell'articolo nella sua formula, a una settimana dalla data si superano i ventimila miliardi di persone. La popolazione reale è intorno agli 8,3 miliardi. La formula sbaglia già oggi di circa duecento volte.

Gli autori credevano alla fine del mondo?

No, e lo si vede da loro stessi: nello stesso articolo girano la formula all'indietro, trovano che la prima persona sarebbe vissuta duecento miliardi di anni fa, e fanno notare che è più dell'età stimata dell'universo. L'articolo era un argomento in una polemica sul controllo delle nascite: chiedevano di dimezzare il tasso di natalità.

In Italia il giorno sfortunato non è il venerdì 17?

Sì. Il venerdì 13 è una superstizione anglosassone, arrivata in Italia con il cinema. Da noi il numero che si evita è il diciassette, e il giorno è il venerdì 17: nelle camere d'albergo e d'ospedale il diciassette a volte viene saltato.

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