
Il nome fuori posto
Succede a tutti di avere un nome che non è soltanto un nome.
Quello di una persona che non vediamo da un po'. Una persona che magari avevamo anche smesso di cercare. O almeno così ci sembrava.
A me, una volta, è successo con Andrea.
La prima volta ho letto quel nome in una mail di lavoro. Non era lui, ovviamente. Però l'ho notato.
Più tardi qualcuno ha chiamato «Andrea» a un tavolo poco distante dal mio e mi sono girata di scatto.
Ecco. Intendo proprio questo.
Le noti, certe cose.
Non perché hai deciso di cercarle. Il nome arriva e per un istante tutto quello che gli hai messo dentro si presenta insieme a lui: una voce, un’estate, una chat, una promessa, una litigata.
Quando mi succede, prendo il quaderno.
Scrivo semplicemente:
Andrea.
Poi aspetto qualche secondo.
Voglio vedere che cosa è arrivato insieme al nome.
Un'immagine. Una frase. Una stretta allo stomaco. La voglia di sorridere. Quella rabbia che pensavi di avere superato. Oppure, molto più semplicemente, il desiderio di sapere dove sia e cosa stia facendo.
Non correggere quello che arriva.
Se la prima cosa che pensi è mi manca, scrivi mi manca.
Se pensi spero che mi stia pensando, scrivi proprio quello.
Il quaderno non deve renderti più saggia di quanto sei in quel momento. Deve conservare ciò che il segno ha mosso quando è arrivato.








