Nessun testo antico dice che uno specchio rotto porta sette anni di sfortuna. Il ciclo dei sette anni esiste davvero ed è romano: si legge in Aulo Gellio e in Censorino, con capitolo e riga. Lo specchio rotto come presagio compare nei libri inglesi nel 1777, e allora non parla di anni. I sette anni arrivano nel 1813, in una rivista satirica, già dati per noti.
La versione che gira, e il suo punto debole
La racconto come la trovi scritta: i romani credevano che il corpo si rinnovasse ogni sette anni, lo specchio conteneva un pezzo d'anima, quindi romperlo guastava l'anima per un ciclo intero. Sette anni di guai, e poi il conto si chiude.
È una storia pulita. Il problema è che nessuno dei siti che la raccontano dice dove l'ha letta. Non c'è un autore, non c'è un'opera, non c'è un capitolo. Compaiono «pare», «sembra», «gli antichi romani ritenevano». Io faccio questo mestiere al contrario: parto dal libro e vedo se il libro dice quella cosa.
La risposta, cercando, è doppia. Metà della storia regge e ha un indirizzo preciso. L'altra metà non esiste.

La metà che regge: i sette anni hanno un nome e due autori
Il ciclo settennale non me lo devo inventare, è scritto. Aulo Gellio, nelle Notti attiche, dedica un capitolo intero al numero sette raccontando cosa ne aveva scritto Varrone nei suoi Hebdomades. Dice che i denti da latte cadono entro il settimo anno, che nelle malattie i giorni di pericolo cadono sui settimi, e scrive una frase che vale da sola tutta la ricerca: i periodi pericolosi per la vita e per la fortuna degli uomini, quelli che i caldei chiamano «climaterici», sono tutti combinazioni del numero sette.
Nel 238, Censorino scrive il De die natali e mette la cosa in forma di regola: come nelle malattie i giorni settimi sono sospetti e si chiamano critici, così ogni settimo anno di vita è pericoloso e si chiama climaterico. Nello stesso capitolo riporta le dieci settimane d'anni della celebre elegia di Solone, le sette età di Ippocrate, e i libri del destino degli etruschi, che contavano dodici settennati e ammettevano di chiederne agli dèi altri due, ma non oltre gli ottantaquattro anni.
Due dettagli dicono quanto la cosa fosse presa sul serio, e non li ho trovati citati da nessuna parte. Il primo: Varrone, racconta Gellio, scrisse quel libro quando era entrato nella dodicesima settimana d'anni della sua vita, e teneva il conto di avere finito settanta settimane di libri. Contava la propria età e la propria opera in sette, non in anni. Il secondo: Censorino scrive il De die natali come regalo di compleanno per il suo protettore Quinto Cerellio, che compiva quarantanove anni. Sette per sette, il primo grande climaterico. Gli ha regalato un trattato sull'anno più pericoloso della sua vita.
Quindi sì: a Roma il sette era la misura di un ciclo di vita, e i settimi anni erano quelli in cui stare attenti. Questa parte della storia ha due nomi, due opere e un capitolo per ciascuna.
L'altra metà che regge: lo specchio diceva se vivevi
Anche lo specchio ha una cosa vera dietro, e non è l'anima catturata. Pausania, nella sua guida della Grecia, descrive una fonte di Demetra a Patre e quello che ci si faceva. Legavano uno specchio a un filo sottile e lo calavano misurando la distanza, in modo che non affondasse ma sfiorasse l'acqua con il bordo. Poi pregavano, bruciavano incenso e guardavano dentro lo specchio: e lo specchio mostrava il malato vivo oppure morto.
Questo non è folklore raccolto per sentito dire, è una descrizione di un uso fatta da chi era andato a vedere. E spiega la paura meglio di qualunque teoria sull'anima: lo specchio era uno strumento che dava un verdetto su una vita. Rompere un attrezzo del genere non è come rompere un piatto.
Dove la catena si spezza
Abbiamo due pezzi antichi e documentati: il sette come misura di un ciclo di vita, e lo specchio come strumento che pronuncia una sentenza. Quello che non esiste è la giuntura. Nessun autore antico, in nessun passo che io sia riuscito a trovare, dice che rompere uno specchio costa sette anni.
La prima volta che lo specchio rotto compare come presagio in un libro è nel 1777, in una raccolta inglese di tradizioni popolari: romperne uno è «un incidente molto sfortunato», e l'autore lo spiega con il fatto che gli specchi venivano usati nelle divinazioni. Dei sette anni non c'è traccia. Dieci anni dopo, un glossario del 1787 lo elenca tra i presagi di morte: rompere uno specchio annuncia un lutto in famiglia. Ancora nessun conto di anni.
I sette anni arrivano il primo dicembre 1813, su una rivista satirica inglese, e arrivano già fatti: una tale Caroline aveva avuto la sfortuna di rompere uno specchio, «il che presagiva sette anni di sventura». Nessuna spiegazione, nessuna fonte, come si cita una cosa che sanno tutti. Poi tornano in cronaca nel 1832, in un processo contro un uomo accusato di avere sparato agli specchi dei vicini con l'intenzione di portargli «sette anni di sfortuna», e in un periodico del 1835.
| Quando | Dove | Che cosa dice |
|---|---|---|
| I secolo a.C. | Varrone, via Gellio | il sette scandisce malattie, denti e anni «climaterici» |
| II secolo d.C. | Pausania, Grecia | lo specchio calato sulla fonte dice se il malato vive o muore |
| 238 d.C. | Censorino | ogni settimo anno di vita è pericoloso, e si chiama climaterico |
| 1777 | raccolta inglese di tradizioni | rompere uno specchio è «molto sfortunato». Nessun anno |
| 1787 | glossario inglese | presagio di morte in famiglia. Ancora nessun anno |
| 1813 | rivista satirica inglese | ⚠️ primo «sette anni di sventura» conosciuto, dato per noto |
Fra Censorino e quel 1813 ci sono millecinquecentosettantacinque anni, e nessuno li ha riempiti con un testo. Può essere che la credenza sia passata di bocca in bocca per quindici secoli senza che nessuno la scrivesse: succede. Può essere anche che qualcuno, nell'Ottocento, abbia avuto bisogno di un numero e abbia preso il sette perché il sette era già il numero dei cicli. Non lo so, e chi te lo racconta con sicurezza non lo sa neanche lui.
Metto le mani avanti su una cosa, perché è il punto in cui si bara più facilmente. «Non documentato» non vuol dire «falso». Vuol dire che chi lo afferma non ha un testo da mettere sul tavolo, e che quindi non può chiederti di crederci sulla parola di Roma antica. La differenza fra le due frasi è tutto il mestiere: se domani qualcuno tira fuori il passo che collega lo specchio ai sette anni, questa pagina la correggo e lo scrivo. Finché non succede, il mio «non lo sappiamo» vale più del loro «pare che».
La spiegazione dei soldi, e perché non mi convince
Gira anche una versione pratica: lo specchio costava una fortuna, e sette anni erano il salario che serviva a un servitore per ricomprarlo. Che gli specchi costassero cari nessuno lo contesta. Che costassero esattamente sette anni di paga non l'ho trovato scritto da nessuna parte, e la cifra cambia a seconda di chi la racconta: a volte è il servitore, a volte sono gli specchi di Venezia, a volte nessuno dei due. È una spiegazione costruita a ritroso sul numero che già c'era, non una fonte che spieghi il numero.

E i rimedi?
Ne circolano molti. Raccogliere tutti i pezzi e buttarli in acqua corrente, seppellirli sotto la luna, girare sette volte in tondo, macinare il vetro fino a farne polvere. Di nessuno di questi ho trovato un testo antico, e non te li do come antichi. Te li do per quello che sono: gesti che qualcuno ha fatto, raccontati da qualcun altro, senza un atto di nascita.
Quello che faccio io, con un vetro rotto per terra, è raccoglierlo con la scopa e lo straccio bagnato, perché le schegge piccole non si vedono e si trovano camminando. È l'unico effetto di uno specchio rotto che ho visto funzionare sempre, in tutte le case.
In due righe
Il sette come ciclo di vita è romano, documentato, e si cita. Lo specchio come strumento che dà una sentenza è greco, documentato, e si cita. «Specchio rotto, sette anni di guai» è una frase che compare in inglese nel 1813 e di cui nessuno ha mai trovato il padre. Se qualcuno te la vende come sapienza degli antichi romani, non ti sta mentendo per cattiveria: sta ripetendo.